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86 CAPITOLO SECONDO

«No, papà, La prego.»

Preferiva quella mezza oscurità. Il signor Marcello non insistette, andò, curvo, a sedere sul terrazzo, a guardare, verso ponente, le tenebre punteggiate dai lumi brillanti di Arsiero.

«Che musica desidera?» disse Lelia. «Seria? Allegra?»

«Signorina» rispose Massimo, «non vorrei ch'Ella s’incomodasse per me.»

Lelia pensò, ricordando il dialogo nel giardino: non sa dire altro.

«Forse non ama la musica» diss’ella.

«Forse no.»

Rispondendo così, il giovine ebbe un lieve sorriso che la ferì come un buffetto sulla guancia. Ella era in piedi, teneva la mano sopra una catasta di musica. Non disse parola, aperse bruscamente il piano, suonò a memoria un pezzo del Carnevale di Schumann.

Lo eseguì troppo nervosamente, senza dolcezza. Quand’ebbe finito, non si mosse. Massimo ringraziò, asciutto. Quello sarebbe stato il momento di avvicinarsi al signor Marcello, di ritornare sul discorso della partenza. Esitò. Il contegno della signorina gli veniva prendendo un altro carattere. Il vestito nero, i fiori della memoria lo avevano urtato come un avvertimento, fuor di proposito, a lui; ma le domande rivoltegli durante il pranzo, l’interesse posto ai suoi racconti, e ora quel modo di rispondere al suo «forse no», quell’avere inteso il suo sentimento e la sua ironia, la scelta dell’autore e del pezzo appassionato, la stessa nervosità dell’esecuzione, quella successiva immobilità, gli davano l’idea di uno stato d’animo che non fosse nè ostilità nè indifferenza. E non poteva a meno di trovare un po’ strano anche il signor Marcello, che li metteva insieme e poi si appartava così. Lelia passò un momento, piano, la