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488 CAPITOLO DECIMOSETTIMO

osarono parlare. Chi osò fu don Aurelio, che aveva maggiore familiarità colla morte.

«Desidera che sieno sparse dopo» diss’egli. Donna Fedele lo ringraziò cogli occhi.

Finalmente anche i belli grandi occhi bruni che avevano dato in cinquantadue anni tanto lume di spirito, tanta dolcezza di sorrisi buoni, si chiusero. Le mani si quietarono sul Crocifisso. Don Aurelio si piegò sul viso immobile. Non era persuaso che fosse ancora la fine perchè vedeva le ciglia muoversi lievemente.

«Cara amica» diss’egli forte, «ci raccomandi al Signore. Soffre?»

Gli occhi non si apersero ma le labbra, quasi ceree, si agitarono. Don Aurelio credette intendere che dicessero:

«Son felice.»

Lo ripetè agli astanti: «ha detto: son felice».

Accennò, guardandola sempre, che s’inginocchiassero. Due minuti di silenzio.

«Sì, è felice» soggiunse con voce alta, solenne. «Godiamo e adoriamo.»

Spuntava il sole e donna Fedele Vayla di Brea giaceva, vestita di nero, col Crocifisso fra le mani, sul letto dove insieme alle rose appassite del villino rosseggiavano molte rose fresche della Valsolda. La Morte le aveva ridonato il suo soave sorriso. Traspariva esso dalle palpebre chiuse, lume di una segreta visione beata; fioriva lieve lieve sulle labbra di cera. Nessun viso giovanile vivo avrebbe potuto vincere di bellezza quel viso di avorio, sorridente sotto l’arco dei densi capelli di neve. Così