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LA DAMA BIANCA DELLE ROSE 467

«Fate pure venire il medico» disse l’ammalata, sorridendo, «ma intendiamoci...»

Lelia arrossì. Disse che aveva pensato al medico di Cadate e non a Massimo.

La cugina Eufemia tremò nel cuore. Se Fedele, pensò, permette che si chiami il medico, deve sentirsi assai male. L’ammalata volle che uscisse lei per questa chiamata del medico di Cadate. Pregò Lelia di raccattarle il libro caduto e se ne fece leggere a voce alta queste parole di Sant’Agostino:

«Ma egli è tempo che io a Te ne venga per sempre: aprimi la Tua soglia e insegnami come vi si giunga. Io non ho che il buon volere e null’altro so se non che voglionsi fuggire le cose mortali e caduche, cercare le certe ed eterne. Questo solo so; ma come giungere a Te non so. Tu mi scorgi, m’illumina, mi poni in via. Se Ti trovano colla fede quelli che in Te si riparano, dammi la fede; se ciò ottengono colla virtù, concedimi la virtù, e se il fanno colla scienza, dammi la scienza. Accresci in me la fede, la speranza, la carità, con una ammirabile e singolare bontà.»

Nel principio della lettura Lelia rabbrividì. Era quello un indiretto avvertimento di prossima fine? Procedendo non le parve più tale. Però la prima commozione durava e si sentì nella voce fino all’ultimo.

«Grazie» le disse donna Fedele, seria e dolce. «Vorrei quando avrò passato quella soglia, che tu pregassi così, qualchevolta, in memoria della tua povera vecchia amica.»

Lelia le prese e baciò la mano. L’inferma si tenne in silenzio fino all’arrivo del medico. La visita del medico fu inutile perchè egli non ebbe il permesso dell’esame «completo» che gli era necessario per rendersi conto delle condizioni reali di quel misero corpo. Donna Fedele gli parlò dell’operazione, gli disse che intendeva