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456 CAPITOLO DECIMOSETTIMO

facessero a meno di vedersi. Per lunedì si poteva aspettare una risposta o dal padre di Lelia o da donna Fedele. Lelia protestava. Tanto qualunque risposta venisse, le cose non avrebbero cambiato. E lunedì, risposta o non risposta, sarebbe andata con lui incontro alla salma di Benedetto. La conclusione fu ch’egli le avrebbe fatto pervenire l’indomani mattina per tempo una lettera, col programma della giornata.

Appena salita sul battello, ell’andò a poppa e vi restò in piedi, guardando Massimo fermo sul ponte di sbarco finchè fu visibile. Poi sedette a pensare il proprio amore, i proprii casi, guardando le spume dell’acqua fuggente, che ora lucevano ora si oscuravano, a talento delle nuvole.


II.


Pranzò alle sei, in camera. Poi si mise a scrivere a Massimo. Verso le sette, udito il fischio del battello che veniva da Oria, andò alla finestra, lo guardò passare. Si rimise a scrivere, a raccontare i suoi pensieri durante la contemplazione delle spume fuggenti. Stava scrivendo che anch’essi avevano sentito il passar delle nuvole, la vicenda della luce e dell’ombra; quando fu bussato all’uscio.

Entrò la cameriera. Due signore arrivate col battello avevano chiesto della signorina. Lelia ne domandò il nome. La ragazza non lo sapeva. Che aspetto avevano? Erano attempate; una era piccola, l’altra era grande. Questa aveva i capelli bianchi e pareva molto ammalata. Leila scattò in piedi. Donna Fedele? Possibile? Guardò muta, smarrita, la cameriera, che soggiunse di aver udito la signora dai capelli bianchi domandare al padrone se fosse nell’albergo anche il dottor Alberti.