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404 CAPITOLO DECIMOQUINTO

correrebbe subito a certo inginocchiatoio già da lei molto invidiato alla padrona di casa, la secondogenita andrebbe a esaminare la cucina e la primogenita, tenera di Bacco, scenderebbe in cantina. La signora modesta non le permise di perdersi a lungo dietro queste immaginazioni fra lugubri e comiche. Le pareva che non si sentisse bene, andò saggiando con domande la natura delle sue sofferenze, fece la storia di parecchie malattie di parenti e di amiche sue, le disse che andava a Varese a trovare una sua sorella madre di quattro bambini e che aveva preso Friend con sè perchè i suoi nipotini l’adoravano. Siccome donna Fedele, ogni tanto, non potendo chiudere le orecchie a quella parlantina, chiudeva gli occhi, colei si persuase che soffrisse di emicrania, le posò il cagnolino, con molte scuse, sulle ginocchia per cavar dalla borsa delle pastiglie di fenacetina. Insomma da Rho in poi Varese fu il sospiro di donna Fedele. La signora modesta vi discese molto contenta di sè e del suo cane, di avere fatto un’opera buona colla sua conversazione amichevole come l’aveva fatta il cane col suo silenzio. Il treno si vuotò quasi per intero. Nella carrozza dov’era Fedele non rimase che un giovine medico avviato da Pavia a una sua villeggiatura di Cuasso. Lo si era capito dalla conversazione tenuta con altri due giovani discesi a Varese. Egli si mise a guardare la sua compagna di viaggio con rispettoso interesse. Ella se ne avvide, ebbe paura che le leggesse in viso e nella persona il suo male, che gli venisse in mente di parlarle. Mise il capo al finestrino e non ne lo tolse più fino a Porto Ceresio.

A Porto Ceresio la prima vista del lago le fece una impressione indefinibile. Toccava la meta, oramai. Era sicura di giungere, di vederli; sentiva piacere, sgomento, ansietà. Il facchino che le prese il bagaglio, una valigia, una borsa, un porta-ombrelli, dovette accompagnarla