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366 CAPITOLO DECIMOQUARTO

luceva d’infinite stelle e sopra il gran culmine del nero bosco sovrano i denti acuti di dolomia ferivano il sereno. Lelia non guardava nè il cielo, nè il nero culmine del bosco, nè le guglie del Summano. Fermo il pensiero in un segreto disegno, teneva fissi gli occhi vitrei nelle prossime ombre, battendole a furia il cuore, guizzandole tremiti e sussulti per la sottile persona.


II.


L’indomani, don Emanuele venne a celebrare in Santa Maria mezz’ora prima del solito, verso le sette e mezzo. La siora Bettina, che lo aveva preceduto, lo avvertì che Lelia era fuori. La cameriera Teresina la credeva al villino delle Rose. Era invece al deserto dei rododendri. Don Emanuele, molto compunto, pensò un poco e poi pregò la siora di trattenersi, dopo la messa, fino a che egli uscisse di sagrestia. Celebrò con gran divozione. Quindi, curvo sull’inginocchiatoio della sagrestia col capo chino fra le mani, non finiva più di chiedere a Dio aiuto e lume contro il demonio che gli contrastava i disegni per la eterna salute di Lelia, suscitandogli contro due sue ancelle: una creatura di superbia, donna Fedele, e una creatura di lussuria, la Gorlago. Pregò e pregò colla fiducia dell’Inferiore ch’è in termini di relativa confidenza col Superiore pregato, e per la lunga consuetudine e per qualche servigio resogli. Dalla preghiera mentale passò inavvertitamente, sempre fluendogli per le labbra un rivoletto di pio latino, a moti diversi di riflessioni e d’idee intorno a un altro girare incessante, a un comparire, scomparire e ricomparire continuo, nella sua mente, dei fatti che più lo turbavano, delle possibilità minacciose. Un moto gli s’implicava, gli s’ingarbugliava nell’altro. Per qualche momento