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338 CAPITOLO DUODECIMO

scienza come di un atto grave che facesse parere strana la noncuranza, intorno a lei, delle cose, il variare, continuo come prima, dell’erbe mosse dal vento, il discorrere dell’acqua, tranquillo come prima. Finito ch’ebbe di lacerare, il cuore prese a batterle forte forte come s’ella si sentisse intorno alla persona le braccia e sulle labbra le labbra dell’amato. Balzò dal sedile, infiammata e sgomenta. Raccolse e disperse nella Riderella i pezzetti dello scritto lacerato, si fermò a guardare nella corrente fino a che tutti disparvero i testimoni dell’atto col quale aveva annientato lo scritto; parendole che l’atto stesso e il suo segreto senso fossero così distrutti. E la voce di prima le si mosse ancora nell’interno: «invece di scrivere a donna Fedele che non parli più di lui, fare a meno di andare al villino».

Ella vi consentì con un respiro di sollievo; sì, non scrivere e fare a meno di andare al villino.


V.


Nel pomeriggio capitò nuovamente alla Montanina la Fantuzzo, senza compagni, questa volta. Fu ricevuta da Teresina. Lelia aveva l’emicrania e, occorrendo, l’avrebbe inventata per liberarsi da quella seccatura. Opere ufficiali di pietà non erano per lei; in compagnia di una tale bigotta, poi! Il sior Momi, fiutata la burrasca fin dal giorno prima, aveva pensato bene di cavarsela con una giterella a Padova. La siora Bettina era discretamente ben disposta verso il sior Momi. Per verità, suo cognato l’arciprete, interrogato da lei circa il nuovo signore della Montanina, le aveva detto in confidenza: «farina fina, ciò, bona da colla, dove ch’el toca el taca - ma da far ostie, no credaria». Invece il cappellano, l’oracolo della siora Bettina, le ne aveva par-