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282 CAPITOLO NONO

«Mi risponderai domattina» diss’ella.

Lelia non espresse nè un rifiuto nè un assenso, ritornò, sospirando, a letto. Dopo un poco, udendo l’amica muoversi le domandò se avesse prima spenta la luce per causa sua, la pregò di riaccenderla per leggere, secondo la sua abitudine. Poichè l’amica, infatti, accese e si mise a leggere, desiderò sapere cosa leggesse. E l’amica, senza dirle il titolo del libro, ne andò sfogliando le pagine, lesse ad alta voce:

«Ora spesso gemo e porto con dolore l’infelicità mia, perchè molti mali incontrano in questa misera valle onde sovente mi turbo, mi attristo, mi rannuvolo, e, preso nei loro lacci e stretto e tratto, sono impedito di venire liberamente a Te.»

Qui si fermò.

«A chi, a te?» chiese Lelia.

«A Gesù Cristo.»

Lelia non parlò più. Donna Fedele continuò silenziosamente la lettura per pochi minuti e spense.


Verso l’alba donna Fedele ebbe dolori acuti che le strapparono un lamento. Lelia, ancora insonne, balzò dal letto accese la luce, assistette come potè la sofferente, che, vedendola angosciata di pietà, le sorrideva pur non valendo a ringraziarla colla voce. Si quietò solamente a giorno fatto.

«Dunque» diss’ella «non mi darai quella consolazione? Vedi in che stato sono.»

«Mi prometta prima Lei» rispose Lelia «di farsi visitare, a Padova o a Torino, e di curarsi.»

«E poi, tu, prometterai l’altra cosa?»

La risposta, pronta e decisa, fu:

«Sì.»

Donna Fedele promise e, stese le braccia, raccolse