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276 CAPITOLO NONO

morire. E la maggiore sua pena era l’umiliazione che Lelia doveva provare del tentativo non riuscito. Spasimava d’ingannarla, di farle credere che nessuno avesse sospettato il vero.

Non una sola parola era ancora uscita dalle labbra di Lelia. Parve a donna Fedele, un quarto d’ora dopo spento il lume, ch’ella si movesse nel letto. La chiamò sottovoce:

«Lelia.»

Nessuna risposta. Chiamò più forte: «Lelia!». Niente. Non osò insistere, alzò e porse un poco il capo dal guanciale, volendo vedere. Le parve che fosse supina e immobile, ma non potè discernere se gli occhi fossero chiusi o aperti. E continuò a tender l’orecchio. Il gran vento di Val d’Astico ruggiva intorno al villino. Discese pian piano dal letto, schiuse l’uscio dell’anticamera per licenziare le cameriere. Al chiarore che un’obliqua lama di luce mise nella camera, vide Lelia voltarsi rapidamente sul fianco, verso la parete. Ritornata a letto, le domandò, non tanto sottovoce, se fosse stata sonnambula anche da bambina. Lelia non rispose. «Certo» disse donna Fedele «devi esserlo stata anche da bambina.» E non udì più, per la intera notte, che movimenti inquieti della sua vicina e il rombo, le urla del gran vento di Val d’Astico. Mortalmente lunga, mortalmente penosa notte! All’alba Lelia si assopì, la sua respirazione diventò affannosa. Donna Fedele scese dal letto, le posò una mano sulla fronte. Bruciava. A quel tocco la dormente trasalì, balzò a sedere sul letto, gemette: questa non è la mia camera, questa non è la mia camera! L’angosciata amica le ricordò con parole tenere ch’era uscita di casa dormendo, ch’era caduta. Sperava, soggiunse, che fosse contenta di averla vicina. Lelia la interruppe: caduta? Come, caduta? No, caduta! In quella mente turbata dalla febbre la parola — caduta