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256 CAPITOLO OTTAVO

piano, che guarda la cucina. Poco gl’importava della vista, a lui; quella camera lì era buona per la vigilanza sui domestici, per spiare e origliare. Domandò se il caffè e latte fosse pronto anche per la governante e quale camera avesse occupato costei. Udito che non era stata contenta di quella preparatale, la sua maschera barbuta di vecchia cera non fece una grinza nè gli occhi cisposi espressero un sentimento qualsiasi; ma la bocca disse con una voce di automa: «male male male» per l’abitudine antica di blandire, nelle prime, chiunque gli parlasse. Finalmente domandò di Lelia. Teresina aveva una lettera, per lui, di donna Fedele. Gliela diede e si ritirò, dicendo che andava a portare il caffè e latte in sala da pranzo. Appena uscita rientrò, esitante. Anche la governante avrebbe preso il caffè e latte in sala da pranzo? Stavolta la maschera barbuta di vecchia cera e gli occhi cisposi ebbero un lieve sorriso.

«No no no, con Ela con Ela con Ela.»

A Teresina quell’uomo pareva un vero cretino. Se non era per l’affare dei gioielli, le sarebbe bisognato un atto di fede a crederlo il furbo disonesto il cui solo nome era stato insopportabile al signor Marcello.

Il dottor Molesin aveva un interesse speciale per gli affari dell’amico Momi e Momi era pieno di riguardi per l’amico Checco. Il sior Momi aveva trovato modo di mangiar quattrini, con mille pasticci, a una quantità di gente e d’ingolfarsi, in pari tempo, nei debiti. Un bel giorno, dichiarando di non poterli pagare, aveva offerto ai creditori il venti per cento. I creditori, riunitisi e consultatisi, si erano rivolti, per la tutela dei loro interessi, a Molesin. Alquanti dei poveretti infinocchiati e mezzo rovinati dal sior Momi erano sacerdoti, e nel mondo ecclesiastico le abilità forensi e finanziarie del dottor Molesin godevano di molto credito. Costui, che avendo studiato leggi due anni e assai frequentate le preture