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VERSO L'ALTO E VERSO IL PROFONDO 245

scala il rumore dei passi. Poi si mise al piano, suonò a caso, come le mani andavano, fino a che la cameriera ritornò e si accinse a chiudere l’uscio pesante, a due battenti, che si apre sulla veranda. Lelia la pregò di lasciarlo aperto. Chiuderebbe lei. Prima, forse, uscirebbe un poco a pigliare il fresco.

«Piove, signorina» disse la cameriera, «e adesso si leva anche il vento.» Poichè Lelia riprese a suonare senza darle risposta, la donna stette un momento incerta e poi pensò bene di andarsene lasciando aperto. Lelia s’interruppe, tese l’orecchio, la udì salir le scale, camminare al piano superiore. Si alzò, andò ad assicurarsi che avesse lasciato aperto, si fermò un momento a guardar nella notte, colle mani ai due battenti. Non c’era, quasi, vento, ma pioveva forte, le tenebre erano nere. Ritornò al piano, si chiuse il viso nelle mani, come cercandosi nella memoria, pensando cosa dovesse suonare. Le mani le discesero sui tasti a un accordo, vi rimasero affondate, piegandovisi su il viso cogli occhi fissi. Si alzò da capo, andò da capo a guardare nelle tenebre mormoranti, vi si trattenne a lungo, a lungo. Accostò i due battenti, tirò i chiavistelli rumorosamente, chiudendo e riaprendo. Spense la luce e salì nella sua camera, posta in un angolo dell’ultimo piano. L’unica finestra, nella parete di mezzogiorno, guardava il piano di Arsiero, la Priaforà e la Montanina. Era aperta. Là in faccia, fra il piano di Arsiero e la Priaforà, correva, invisibile, il Posina. Lelia stette in ascolto. No, la voce del fiume non si udiva. Ebbe la visione del ponte che lo cavalca, delle acque rumoreggianti in profondo per la ghiaia biancastra, della roggia che corre a fianco di esse, più alta, e poi gira, ombrata da robinie, verso settentrione, silenziosa e rapida. Una folata di vento le soffiò la pioggia in viso. Chiuse in fretta la finestra e poi sorrise di se stessa, di avere temuto uno spruzzo