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204 CAPITOLO SESTO

sentieri solitarii di Velo gli erano parse avere senso dell’anima sua. Nelle pietre delle vie di Milano sentiva uno spirito di ripulsione, lo spirito della lunga lettera ricevuta alla Montanina poco prima di partire, letta, riletta dieci volte, in viaggio, coll’amara crudele compiacenza di farsi male a sangue, di tentarsi e ritentarsi la ferita. Gliel’aveva scritta un amico del quale Massimo dubitava che oscillasse un poco, segretamente, nelle opinioni e nei sentimenti professati a voce, che piegasse un poco a ogni assalto di avversari, che si compiacesse un poco di esagerarsi, con lui, il dovere della schiettezza per riferirgli spiacevoli giudizi sul conto suo, di fronte ai quali l’amico stesso, in fondo, aveva tentennato. La lettera era una minuta relazione di atti e di parole ostili a Massimo, che l’informatore aveva raccolto nel campo dei clericali intransigenti, in quello dei modernisti, nella società elegante e scettica. La Società di S. Vincenzo de’ Paoli aveva deliberato di espellere il socio che per poco non si era fatto apologista degli eretici italiani del secolo XVI. Era stato proibito ai librai cattolici di vendere le conferenze. In una casa clericale si era asserito che Alberti era a Velo d’Astico per preparare, insieme a don Aurelio, la pubblicazione di un periodico modernista. Un frate aveva alluso dal pergamo, poco velatamente, al Discorso sugli eretici come a una opera di sottile arte diabolica, più pericolosa dei libri apertamente blasfematorii e delle pubblicazioni oscene. Un giornale clericale aveva commiserato l’autore, chiamandolo infelice. Si erano anche fatte correre, sempre nel campo clericale, voci poco edificanti sulle sue relazioni con certa signora. Questa fu la sola parte della lettera che divertisse Massimo, perchè quella povera signora, una bravissima donna, era proprio la negazione della bellezza, della grazia, dell’amabilità. Nel campo modernista si disprezzava Massimo come un povero untorello, un