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194 CAPITOLO QUINTO

qualche tempo, ma non so cosa possa avere in testa, se voglia andare da suo padre o che fare.»

Teresina era tranquilla. Allontanarsi? Ma che allontanarsi? L’erede era lei. Il povero padrone glielo aveva fatto intendere, a Teresina, molto chiaro. Donna Fedele espresse un dubbio: se non accettasse l’eredità? Teresina trasecolò. Come mai non accetterebbe? Non foss’altro, accetterebbe per aiutare suo padre. E raccontò del denaro ch’ella era solita spedire per incarico della signorina. Anche lei, la signorina stessa, come vivrebbe? «Cara» disse donna Fedele «quando c’entra l’orgoglio...»! Ma la cameriera non poteva comprendere un tale orgoglio e la signora rinunciò a spiegarglielo. La pregò, invece, di avvertire il vetturale che intendeva di ritornare al villino. Teresina la supplicò di rimanere fino a che venissero il notaio e l’agente, e si potesse sapere qualchecosa del testamento. Non riuscì a persuaderla. Rispose che non voleva parere un’intrusa, che verrebbe se la richiamassero.

Non fu richiamata. Ricevette verso sera le seguenti righe dall’agente del defunto:

Nobilissima Signora,

Per incarico della cameriera Teresina Scotz, mi pregio di farle sapere che stamane mi recai col signor notaio dottor Camilli dal R. Pretore di Schio, presso il quale venne aperto il testamento olografo del povero signor Padrone, ch’era depositato regolarmente presso il suddetto signor notaio. Mi pregio anche di farle sapere che la signorina Lelia Camin è erede universale e che la cameriera Teresina Scotz ha un legato di giornaliere lire cinque, con esenzione dalla tassa. Le notifico pure, sempre a istanza della signora Scotz, che è qui perve-