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PRELUDIO MISTICO 7

suo padre quando, una sera, questi era stato visto piegar il capo mentre conversava, stralunar gli occhi e riaversi, persuaso di aver dormito. Il medico aveva avvertito la famiglia che si trattava di arteriosclerosi e che conveniva prepararsi al peggio. Cinque mesi dopo, il giusto pio vecchio era stato trovato morto nel suo letto, ardendogli a fianco la stessa lucerna di ottone che ardeva ora sul tavolo del figliuolo.

La fiamma silenziosa pareva vivere e ricordare, pareva intendere il tragico momento. Esso non era tragico nella mente del vecchio; era solenne. Era il vago annuncio dell’approssimarsi di un altro momento, il più felice, oramai, che Iddio potesse concedergli sulla terra, il momento di partirsene, di ricongiungersi per sempre alle care anime desiderate, il momento per il quale aveva tanto pregato, con tanto ardenti lagrime. Ora il suo cuore era pieno di dolcezza e anche di tremore; era pieno di Dio buono e anche di Dio giudice. L’anima sua ardeva e tremava, senza formar parole, come la conscia inquieta fiammella della lucerna.

La cameriera dubitò che il padrone potesse aver pensato al modo della fine di suo padre, da lei conosciuto. Non ne parlò alla signorina, che probabilmente non sapeva. Solo le propose di avvertire il medico e di evitare al signor Marcello per quella sera, la commozione di un incontro con questo giovine Alberti, l’amico prediletto del suo povero Andrea. L’Alberti, veramente, veniva a Velo per visitarvi il curato di Sant’Ubaldo; ma il prete, non lo potendo alloggiare, aveva chiesto per lui l’ospitalità della Montanina.

«Proprio stasera» brontolò Teresina «ha da venire!»

Lelia credette udire un passo in giardino.

«Lui sicuramente» disse la cameriera. «È un pezzo che il treno ha fischiato...»