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FORBICI 155

mente compiaciuto della fedeltà di Lelia, se rifiutasse; ma che, se consentisse, gli sarebbe parso di ricuperare in Massimo Alberti qualchecosa di suo figlio, di evitare il pericolo che Lelia ricadesse in balia dei suoi, che facesse, tardi, chi sa quale disgraziato matrimonio. Ella si acquietò mestamente nella continua sommessa parola della fonte che diceva dietro a lei, nel piccolo vestibolo: passeranno queste incertezze, passerà il colloquio, passerà quel che verrà dopo, e di triste e di lieto, forse presto passerai tu stessa. E non pose più mente che alle parole eterne del sacerdote. Un quarto d’ora di carrozza era bastato ad acuire le sue sofferenze. Alla Comunione fu costretta di sedere. Sentiva di parere un cadavere. Il chierichetto che serviva la messa la guardò mentre attendeva, colle ampolle nelle mani, che il sacerdote gli porgesse il calice; ed ella, vedendo il suo sgomento, ebbe un sorriso interno. Finita la messa, si alzò con indomita volontà, uscì per la porticina laterale, seguita da Lelia. Il signor Marcello si fece aspettare un poco. I suoi ringraziamenti umiliarono donna Fedele, che, però, credette opportuno di accettarli.

«Sono anche venuta per una passeggiatina con Lelia» diss’ella. «E poichè son qui, vorrei prima pregar Lei di un consiglio.»

Egli parve un po’ sorpreso.

«Si figuri!» rispose. «Come posso.»

Era nella voce dell’uno e dell’altra, quando si parlavano, un tono di affetto contenuto, riverente; da parte di lei quasi timido. Mentre salivano alla villa, sopraggiunse il chierichetto a dire che don Emanuele non sarebbe venuto a prendere il caffè, causa un impegno.

«L’impegno sono io» pensò donna Fedele.

«E che Le pare di don Aurelio?» diss’ella.

Il signor Marcello ebbe un fremito muto, le rughe si addensarono sulla sua fronte, le chiare iridi gli arsero di corruccio.