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DELLA MORTE CAP II. 301

Quel di fuor miri, e quel dentro non veggia».
     Questo fu quel che ti rivolse e strinse
     Spesso, come caval fren, che vaneggia.
100Più di mille fïate ira dipinse
     Il volto mio ch’Amor ardeva il core;
     Ma voglia in me ragion già mai non vinse.
Poi se vinto ti vidi dal dolore,
     Drizzai in te gli occhi allor soavemente,
     105Salvando la tua vita e ’l nostro onore;
E se fu passïon troppo possente,
     E la fronte e la voce a salutarti
     Mossi, et or timorosa et or dolente.
Questi fur teco miei ingegni e mie arti:
     110Or benigne accoglienze et ora sdegni
     (tu ’l sai che n’hai cantato in molte parti),
Ch’i’ vidi gli occhi tuoi talor sì pregni
     Di lagrime, ch’ i’ dissi: «Questi è corso,
     Chi non l’aita, sì ’l conosco ai segni»:
115Allor provvidi d’onesto soccorso;
     Talor ti vidi tali sproni al fianco,
     Ch’ i’ dissi: «Qui conven più duro morso».
Così, caldo, vermiglio, freddo e bianco,
     Or tristo, or lieto, infin qui t’ho condutto
     120Salvo, ond’io mi rallegro, benché stanco. -
Et io: - Madonna, assai fora gran frutto
     Questo d’ogni mia fé, pur ch’ i’ ’l credessi -
     Dissi tremando e non col viso asciutto.
- Di poca fede! Or io, se nol sapessi,
     125Se non fosse ben ver, perché ’l direi? -
     Rispose, e ’n vista parve s’accendessi.
- S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,
     Questo mi taccio; pur quel dolce nodo
     Mi piacque assai che intorno al cor avei;
130E piacemi il bel nome, se vero odo,
     Che lunge e presso col tuo dir m’acquisti;
     Né mai in tuo amor richiesi altro che ’l modo.