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D’AMORE CAP. III. 281

     Ch’a mia difesa non ho ardir né forza,
     E quello in ch’io sperava lei lusinga,
Che me e gli altri crudelmente scorza.
     130Costei non è chi tanto o quanto stringa,
     Così selvaggia e rebellante suole
Da le ’nsegne d’Amore andar solinga;
     E veramente è fra le stelle un sole.
     Un singular suo proprio portamento,
135Suo riso, suoi disdegni e sue parole,
     Le chiome accolte in oro o sparse al vento,
     Gli occhi, ch’accesi d’un celeste lume
M’infiamman sì ch’ i’ son d’arder contento...!
     Chi poria ’l mansueto alto costume
     140Aguagliar mai parlando, e la vertute,
Ov’è ’l mio stil quasi al mar picciol fiume?
     Nove cose e già mai più non vedute,
     Né da veder già mai più d’una volta,
Ove tutte le lingue sarien mute.
     145Così preso mi trovo, et ella è sciolta;
     Io prego giorno e notte, o stella iniqua!
Et ella a pena di mille uno ascolta.
     Dura legge d’Amor! ma benché obliqua,
     Servar convensi, però ch’ella aggiunge
150Di cielo in terra, universale, antiqua.
     Or so come da sé ’l cor si disgiunge,
     E come sa far pace, guerra e tregua,
E coprir suo dolor quand’altri il punge;
     E so come in un punto si dilegua
     155E poi si sparge per le guance il sangue,
Se paura o vergogna aven che ’l segua;
     So come sta tra’ fiori ascoso l’angue,
     Come sempre tra due si vegghia e dorme,
Come senza languir si more e langue;
     160So de la mia nemica cercar l’orme
     E temer di trovarla, e so in qual guisa
L’amante ne l’amato si trasforme;