Pagina:Le rime di M. Francesco Petrarca I.djvu/360

175Canente e Pico, un già de’ nostri regi,
     Or vago augello, e chi di stato il mosse
     Lasciògli ’l nome e ’l real manto e i fregi.
Vidi ’l pianto d’Egeria; invece d’osse
     Scilla indurarsi in petra aspra et alpestra,
     180Che del mar ciciliano infamia fosse;
E quella che la penna da man destra,
     Come dogliosa e desperata scriva,
     E ’l ferro ignudo tien da la sinestra;
Pigmalïon con la sua donna viva;
     185E mille che Castalia et Aganippe
     Udir cantar per la sua verde riva;
E d’un pomo beffata al fin Cidippe.


DEL TRIONFO D'AMORE


CAPITOLO TERZO.


E
Ra sì pieno il cor di meraviglie

     Ch’i’ stava come l’uom che non pò dire,
     E tace, e guarda pur ch’altri ’l consiglie,
Quando l’amico mio: - Che fai? che mire?
     5Che pensi? - disse - non sai tu ben ch’io
     Son della turba? e’ mi convien seguire. -
- Frate, - risposi - e tu sai l’esser mio,
     E l’amor del saper che m’ha sì acceso
     Che l’opra è ritardata dal desio. -
10Et egli: - I’ t’avea già tacendo inteso:
     Tu vuoi udir chi son quest’altri ancora.
     I’ tel dirò, se ’l dir non è conteso.
Vedi quel grande il quale ogni uomo onora;
     Egli è Pompeo, et ha Cornelia seco,
     15Che del vil Tolomeo si lagna e plora.
L’altro più di lontan, quell’è ’l gran Greco;
     Né vede Egisto e l’empia Clitemestra:
     Or puoi veder Amor s’egli è ben cieco.