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cevano l’ultimo sforzo per sottrarsi al martirio: ma l’uomo diceva all’agnello: «Sta buono, va là, che adesso è fatta!» (come dire «adesso puoi vivere in pace!»). Quindi metteva un cannello fra la pelle lanuta e la carne e fortemente soffiava, onde tutto il misero agnellino si deformava gonfiando.

E quel momento era pure atteso dai piccoli spettatori, i quali ridevano vedendo l’agnello gonfiare da ogni lato.

Dopo che aveva gonfiato, in un attimo lo spogliava del vello.

— E dà ancora calci! — diceva il carnefice, rimproverando l’agnello.

Erano gli ultimi tratti che parevano significare ben altro dall’incosciente «be!» di prima: significavano: «ora capisco tutto: ora io so! va, brutta, vile vita!»

Ma come il sacco delle interiora era tolto e buttato, come la corata bellamente era staccata ed esposta, quasi fosse una decorazione, ai ganci, non palpitavano più che le tenui fibrille; ma quel palpito pur diceva: «Va, vita vile!»

— Ho la mano indolenzita, — diceva ogni tanto calmo calmo, il carnefice, mostrandomi la sua mano grommata di sangue, — ed ho ancora tutti quelli là! — indicava il cumulo dei lanuti che ogni tanto gemevano: «be!»