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— Sì, l’ho.

— Sei capace di raggiungere quella sporgenza che scorgesi a mezza altezza della rupe?

— Sarà cosa difficile, ma lo tenterò.

— Sali adunque, ma fa presto. I ribelli stanno per rompere il quadrato e scannare tutti i soldati.

Il negro si liberò dalla casacca, dei calzoni e del turbante, si arrotolò attorno alle reni la fune e cominciò la pericolosa scalata mentre la mitraglia continuava a grandinare e i mahdisti macellavano le schiere egiziane che ancora resistevano ai loro furiosi assalti.

Aggrappandosi agli arrampicanti, appoggiandosi ai cespugli, cacciando le dita nei crepacci della rupe cominciò a elevarsi malgrado la pioggia che lo acciecava e le palle che fischiavano ai suoi orecchi.

Ogni qual tratto una scheggia staccavasi dalla rupe e rotolava al basso facendo guizzare Fathma e il reporter che seguivano con viva trepidazione e col cuore sospeso l’ardita manovra del negro. Qualche volta era invece un ramo che spezzavasi e si vedeva Omar dondolarsi sopra l’abisso, sospeso ad un ramoscello o ad una semplice radice.

Dopo cinque minuti di sforzi incredibili, lo schiavo riuscì a raggiungere la prima piattaforma che trovavasi a mezza altezza della rupe.

Legò la fune ad un grosso macigno e gettò l’altro capo ai compagni che se ne impadronirono vivamente.

— A voi Fathma, disse il reporter, dominando colla sua voce il rombo dei cannoni, lo scrosciare delle folgori, le urla dei ribelli e le grida strazianti dei moribondi. Presto, presto o sarà troppo tardi.

Fathma non se lo fece dire due volte. Afferrò la fune e si issò nell’aria raggiungendo Omar.

— O’Donovan! gridò poi.

La sua voce fu coperta da urla terribili. I ribelli avevano sfondato il quadrato e macellavano spieta-