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la capanna dello zio tom


pelli, fini come seta, gli ondeggiavano a larghe ciocche intorno al collo, mentre due grandi occhi neri, pieni di soavità e di fuoco, scintillanti sotto lunghe e folte sopraciglia, gettavano uno sguardo di curiosità intorno alla camera. Una tunicella di tartan giallo, e che si attagliava perfettamente alla persona, facea spiccare il carattere della sua bellezza africana, mentre un tal qual piglio di comica sicurezza ben dimostrava che egli era avvezzo alle carezze del padrone.

— «Vien qua, Tim Crow! — disse Shelby, gittandogli un grappoletto di uva; — prendilo su.»

Il fanciullo spiccò un salto, aiutandosi di tutta la sua lena, per raccoglierlo, in quella che il padrone ne smascellava delle risa.

— «Vien qua, Tim Crow!» disse Shelby.

Il fanciullo si fece innanzi; il padrone gli ficcò la mano tra le ciocche della ricca capigliatura, e lo accarezzò sotto il mento.

— «Ora, Tim, mostra a questo signore che sai ballare e cantare.»

Il fanciullo cominciò allora con voce chiara, vibrata, una di quelle canzoni selvagge, grottesche, che son proprie dei neri, accompagnandosi con un comico gesticolar delle mani, dei piedi, di tutta la persona, in accordo perfetto colle note del canto.

— «Bravo!» disse Haley, gettandogli uno spicchio di arancio.

— «Ora, Tim — riprese il padrone — cammina come il vecchio zio Cudgioe quando ha i reumatismi.»

E di subito il fanciullo atteggiò le sue membra flessibili a deformità, a contrazione; aggrinzò il volto, curvò il dorso, e dato di piglio al bastone di Shelby, si mise, sputacchiando, a zoppicar per la camera, tentennando a destra, a manca in guisa di vecchio.

I due gentleman scoppiavano dalle risa.

— «Ora, Tim — disse il padrone — ci fa sentire come il vecchio Robbins intuona i salmi.»

Il fanciullo allungò il volto bizzarramente, e con gravità imperturbabile cominciò un salmo in tuono nasale.

— «Evviva! benissimo! che bel putto! — esclamò Haley; — è quello che davvero mi conviene.»

E battendo colla mano sulla spalla di Shelby:

— «Aggiungete questo fanciullo, e l’affare è fatto.»

In quel punto l’uscio della sala si aprì lento lento, ed una meticcia, che dimostrava venticinque anni di età, si fece innanzi.

Bastava gittare uno sguardo al fanciullo ed a lei per accorgersi subito ch’ella era sua madre. Lo stesso occhio nero, grandioso, sormontato da lunghe sopraciglia, le stesse anella di capelli neri e finissimi. Le brune guancie di lei si tinsero in un leggiero incarnato, che diventò fiamma