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pretesti, onde trovar armi e fila di cospirazioni; che dissuggellava ogni lettera alla posta col proposito stesso, non sapendo che tentar più per infrenare i ricalcitranti alle sue volontà, chiese la legge stataria, vale a dire, un giudizio di morte, in cui i giudici non levano seduta finché il reo non sia giudicato, il che non eccedo giammai la durata di un giorno. La infame legge venne accordata. E siccome il governatore Spaur era per carattere mansueto e tranquillo, e l’arciduca Ranieri, debole e timidissimo, scorgendo vicina l’ora del terribile conflitto, partirono colle loro famiglie di Milano a corsa precipitata. Capi di una infernale politica rimanevano due uomini, i quali, inaspriti dalle novità non amiche che continuo svolgevansi sotto i loro occhi, profondendo doni e promesse, dando premio ai soprusi, l’uno alla testa de’ suoi soldati, l’altro di ribaldi avvezzi a ogni delitto, miravano a rifare in Lombardia le carnificine della Gallizia.

In quel tempo un fenomeno meteorico, rarissimo in Italia, apparve sull’orizzonte in gran parte sereno. La zona luminosa, formante un specie di mezza rosa celeste, di color rosso sanguigno ben rilevato sul fondo oscuro del cielo, parea prolungarsi sulla catena delle Alpi. Le stelle che risplendevano a traverso la meteora avevano una pallida luce, la quale facea bel contrasto con quella infuocata dell’aria. L’uragano magnetico irradiò l’orizzonte per la durata di un’ora, sino a che grosse e fosche nubi, levandosi dalle vette alpine, non lo coprirono agli sguardi de’ curiosi, commossi dal miro e nuovo spettacolo. Era la sera del 24 febbraio. I fenomeni di tal fatta vengono giudicati dai fisici a seconda del loro valore nelle cose ordinate della natura. Ma, siccom’essi presentano spesso una straordinaria coincidenza cogli avvenimenti sociali, gli abitanti nel settentrione d’Italia, nello scorgere quella larga macchia di sangue sul cielo, meditarono sur un avvenir non lontano, acconciandolo a’ lieti successi delle proprie speranze.

E i preveggenti non si apponevano al vero; imperciocché, al di là delle Alpi una grande espiazione era per compiersi.

La Francia, trionfante in Parigi sulle barricate di luglio, aveva cacciata in bando la famiglia de’ suoi re — cui le sventure nulla avevano appreso — e la corona della propria vittoria ponevala sul capo di Luigi-Filippo, d’Orléans; il quale da giovanetto aveva udito il primo grido di un popolo sorgente a libera vita; e veduto i gradini del trono chiazzati di sangue, e d’un sangue a lui caro; e nell’esiglio meditato sulla instabilità delle umane cose, quando quei che le reggono conculcano colle loro opere le leggi, i diritti e la dignità de’ soggetti. Nè il triste esempio dei suoi parenti, nè il grido della Polonia e della Italia sagrificate dal suo tradimento, nè i terrori di una esistenza minacciata sovente dall’ira de’ partiti, nè la morte immatura d’un figlio valsero ad infrenare quel principe sulla via delle corruttele e de’ materiali interessi, con cui in diecisette anni di regno aveva tentato abbrutire il popolo più sensitivo e cavalleresco di Europa. Questo con una serie di politici banchetti tenuti in ogni dipartimento, protestò severamente per molti mesi contro la riazione liberticida del di lui ministero, il quale, dimentico della missione civilizzatrice della Frància, collegavasi colle potenze del Nord contro la Polonia, la Svizzera e la Italia. Si chiedevano riforme elettorali e parlamentarie;