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libro quarto 83

donde il miserello, oltre al cadere da alto, percuotendo sopra d’un sasso, che era appunto sotto alla finestra, rotte e fracassate tutte le costole, spargendo un fiume di sangue, avendoci racconto imprima il fiero caso, senza molto stentare passò di questo mondo: e noi datolo per compagno al primo, il sotterrammo in un medesimo sepolcro. Sicchè, privati, e percossi da doppia piaga, parendoci oramai tempo di lasciar l’imprese maritime, ce ne andammo in Ricanati, città assai vicina di Ancona; e quivi intendemmo che un gentiluomo di gran nominanza per que’ paesi, chiamato Democrate, doveva fare una caccia di molti e più silvestri animali. Era costui de’ primi della terra, ricco maravigliosamente, ma più liberal che ricco, e ordinava pubbliche pompe condecenti allo splendor della sua dignità. Chi avrebbe mai tanto ingegno, chi tanta facondia, il qual potesse con sufficienti parole esprimere il magnifico apparato di quelle feste? Quivi erano per combattere le prime spade della Marca, i più leggier cacciatori e i miglior corridori di quelle contrade; uomini usi a cavalcar tori, e combatter con simili fiere; castelli di legname, in guisa di queste casette che si portano in qua e là, con dipinture da maestra mano colorite, bellissimi ricettacoli della futura caccia. Quale, dopo tutte queste cose, era il numero delle fiere, e come terribili! E per esser quel Democrate caro a tutti questi paesi, e dilettarsi di pascere il popolo di questi spettacoli; e oltre a tutti gli altri sontuosissimi apparecchi di quella festa, non perdonando a spesa alcuna, egli aveva ragunato un numero incredibile di orse, e delle maggiori che fusser viste giammai: imperocchè, senza quelle che egli stesso si aveva prese in caccia, e quelle ch’egli avea comperate con ingordissimi pregi, glien’era state donate dagli amici suoi non piccolo numero; le quali egli tutte con larghissima spesa e con diligente cura nutricava. Nè potette imperciò un così leggiadro, un così ricco spettacolo, ordinato per pubblico piacere, fuggire i nocevoli occhi della perversa e mordace invidia: imperocchè quelle