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112 PARTE SECONDA CL. IV.

terre e nelle storie de’ rutuli tiene il luogo primissimo come autor primo e primo iddio della nazione: e l’irpo medesimo che nel piceno si riposa come in terra a lui straniera, vedesi in Ardea svegliato ed attento come in sua vera patria. Il Pegaso del semisse de’ volsci che in Todi non appariva, vedesi ripetuto sul semisse decimale degli atriani: al Pegaso anzi aggiungesi la Gorgone Medusa che gli fu madre, per il legame che col sole e coll’antica sede di Circe sì strettamente la congiunge. L’Apollo del tetrobolo e il gallo del diobolo atriani sono una esatta ripetizione dell’Apollo de’ volsci e dell’Apollo e del gallo di quell’asse che nel ragionamento intorno alla prima classe ci sforzavamo di attribuire agli ernici. Così il cantaro è quello che noi credemmo proprio degli aurunci; il delfino e il caduceo que’ medesimi che ci si erano offerti tra’ confederati latini; l’ancora quella del sestante di serie incerta ma di classe cistiberina; e di nuovo il delfino e l’ancora pari al delfino e all’ancora d’un quadrante pure di serie incerta e di classe cistiberina. Ravvicinate così queste dieci insegne e restituite a’ luoghi della loro prima origine, non ne rimangono che due sole, le quali dir si possono veramente proprie degli atriani, il rospo marino del triobolo e il calzare del diobolo. Vollero forse con esse darci ad intendere questi coloni cistiberini una nuova forma di scarpe di cui usavano nella nuova patria, ed una strana varietà d’animale in che imbattevansi pescando nel nuovo mare.

Noi non sapremmo se i simboli che veggonsi su le monete d’altre città e popoli si facciano intendere con maggiore efficacia di testimonianze. Ma v’è da aggiungere la dimostrazione de’ segni della comune favella. Comechè nell’Umbria e nell’Etruria il linguaggio fosse diverso da quello de’ nostri popoli cistiberini, se non nelle origini prime di quelle diverse nazioni, almeno nell’epoca della loro diversa numismatica nondimeno noi dalla sola identità delle insegne prendevamo argomento ad annunziare la identità della prima stirpe, dalla quale eransi quelle differenti popolazioni diramate. E potrà mai esser diverso il ragionamento nostro nel piceno, dove non pure i simboli son latini, ma eziandio i caratteri della lingua parlata ? Gli oschi, gli umbri, gli etruschi, quantunque tutti popoli cismontani, non adoperarono mai quella foggia di lettere che qui troviamo oltremonte. L’epigrafe HAT a ragione direbbesi de’ romani, de’ latini, de’ rutuli, quando non sapessimo ch’ella viene dal lido adriatico: tanto que’ tre elementi sono di forma esclusivamente latina. Anzi gli atriani copiarono da’ latini anche la S arcaica della semoncia, ciò che non fecero né i riminesi, né i vestini, nei luceresi, come da qui a poco osserveremo. Questo altresì prendasi ad indizio della comune fratellanza.

Ma se gli antichi scrittori, se le imagini scolpite ed il linguaggio scritto su le monete atriane ci dicono l’origine rutula, latina, volsca, equa, ernica, aurunca e sabina de’ piceni; non v’ha chi ci ricordi il tempo in che fu aperta e chiusa l’officina atriana. Noi opiniamo che venisse eretta alquan-