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Anche in ciò conformandosi all’Alfieri, volle dettare il parer suo sull’Aristodemo, notandone i difetti gravissimi, e la perpetua inverosimiglianza, mal palliata, a uso dell’Astigiano, con qualche frase, e scusata solo dalla necessità di far cinque atti e di giungere ad una catastrofe, troppo preveduta; nè sapeva spiegarsi egli stesso come, «i Romani, che presto s’annojano, che niente ammirano, che mai non adulano... ma d’un gusto sicuro, dinanzi al quale sono impotenti gli sforzi della cabala, della maldicenza e del fanatismo», avesser tanto gustato l’Aristodemo, «che finalmente è tragedia più da tavolino che da teatro». Qui stava il suo inganno.

Ivi porge alcuni canoni di critica, fra’ quali, almeno pei tempi dove pensavasi a quel che si scriveva, mi par eccellente questo: — Il primo ad accorgersi dei difetti d’un’opera è l’autore medesimo, se non è pazzo del tutto. Anche nelle produzioni d’ingegno, tutti abbiamo una certa coscienza, un certo rimorso, che c’importuna e ci rinfaccia le nostre mancanze. Uomini che scrivete, fate che l’amor proprio non soffochi nel vostro spirito questa sinderesi letteraria. Interrogatela spesso, e ve ne troverete contenti».

E conchiudeva: — La censura di un’opera fa lo stesso che la bile nel nostro corpo. Dicono i fisici che senza di questa non si può vivere; e dicono i savj che, senza di quella, un libro è subito morto».

Il Cajo Gracco, meno piaciuto perchè più pacato e di virtù civili, di lunga pezza sovrasta all’Aristodemo. Non cerchiamovi la realtà; neppure gli eruditi di professione allora coglievano il vero senso delle rogazioni gracchiane; ma quel giovane magistrato, che torna per compiere l’impresa nella quale avea perduto la vita il fratello; così pieno d’amore pel popolo e di compassione pei vinti; così affettuoso alla veneranda madre, alla tenera sposa; così geloso dell’onor suo, eppure rinvolto nei delitti de’ suoi partigiani, e spinto dai precedenti domestici ad atti che non approva, rappresenta interessi d’ogni tempo.

Il Monti osò anche introdurre il popolo e la vita del fòro, a imitazione del maggior tragico del mondo1. Del quale viepiù si ricordò nel Galeotto Manfredi (1788), dove con modi famigliari e semplici ritrae un fatto domestico, che invano cercò rialzare con allusioni politiche, e ch’egli stesso qualifica mediocre.

  1. Dalla lettera al Bettinelli appare come il Monti conoscesse Shakspeare, il che allora era di ben pochi.