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citazioni filologiche, come sulla chioma di Berenice e sul cavallo alato d’Arsinoe (1804), pretendendo che l’equus ales dell’epitalamio di Catullo fosse lo struzzo.

Nominato professore d’eloquenza all’Università di Pavia, vi recitò due prolusioni, dove non ancora discerne le ragioni della prosa da quelle della poesia; e che tanto rimangono inferiori a quella di Ugo Foscolo, che pur è tutt’altro che vera eloquenza1.

Questo Foscolo, animoso e passionato giovane, scisso tra impeti generosi e istinti materiali, ostentando eccellenza morale e avvoltolandosi in passioni procellose eppure efimere, piacque al Monti, il quale gli diede consigli pei Sepolcri, credendoli «un capo d’opera che non deve lasciare alcun morso alla critica». E poichè seppe che aveva cominciato a voltare in italiano l’Iliade, gli mostrò il primo libro, ch’egli avea tradotto a’ bei tempi di Roma, e il Foscolo stampollo a Brescia nel 1807, per Esperimento a fronte del suo e

    giungere la Staël, che venendo avea leggicchiato in carrozza il Persio, e che qui lo depose per riprenderlo un’altra volta. Dopo molto mesi, l’arguta Cicognara mostrava i due volumi, giacenti un sopra l’altro, in segno della stima che si han fra loro i letterati.

  1. Chi ha senso delle convenienze pensi quale effetto dovea fare, davanti a un migliajo di giovani quadrilustri, questa frase: — La verità del filosofo è una bella virtuosa, che non si dà tutta nuda che in braccio del più importuno».
    Il 4 marzo 1802 Giovanni Paradisi scriveva a Dionigi Strocchi: — Monti è a Pavia; ha fatto la sua prolusione con concorso grandissimo, inveendo contro i preti e i Francesi. La stamperà, ma riformata d’assai. Il Gracco è fuori, ed è un lavoro di vario genere, dove sono incastrati dei bellissimi giojelli».
    Pecchio, nella Vita di Foscolo, dice: — Quando Monti occupava quella cattedra, l’aula, dov’egli doveva leggere era, a un’ora dopo mezzogiorno, presa come d’assalto dagli studenti, che irrompevano dalle porte e dalle finestre, scavalcandosi gli uni gli altri; tale era l’entusiasmo ch’ei sapeva destare nella elettrica gioventù. Quando egli, dopo averci parlato dell’amore di Dante per la patria e per la libertà, delle sue sciagure, del suo quadrilustre esilio, si metteva a declamare con quella sua voce profonda e sonora l’apostrofe di quel fiero poeta all’Italia,

    Ahi! serva Italia, di dolore ostello,
    Nave senza nocchiero in gran tempesta,
    Non donna di provincie, ma bordello!

    tuoni d’applausi scoppiavano nella sala; a molti di noi cadevano le lagrime giù per le guance; e allo scendere dalla cattedra tutti volevamo salutare il degno interpreto di quel divino poeta, e fra le acclamazioni lo conducevamo fino a casa».