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L’altra di queste forme d’infiltrazione artistica occidentale nella vita rurale dei Balcani e dei Carpazi viene dal mondo germanico, e non più per il tramite dei mercanti nei porti e nelle fiere, come per i Veneziani, ma per quello dei nuovi abitanti, stabilitisi dapprima nei villaggi, accanto agli indigeni. I «Sassoni», impiegati nelle miniere della Bosnia e della Serbia, furono troppo numerosi e troppo specializzati per poter rappresentare una parte simile; ma ben diversamente andarono le cose con quei Mosellesi del XII e XIII secolo, stabiliti dalla politica fiscale e colonizzatrice dei re d’Ungheria in paese transigano accanto ai Romeni, e che, divenuti molto misti e avendo subito perdite importanti in seguito a una lenta snazionalizzazione, formano però ancora più di 200.000 abitanti di quel paese, oggi unito alla Romania. Se in gran parte adottarono le forme di vestiario di coloro fra i quali venivano a stabilirsi, serbarono la casa renana, di carattere tutto diverso. Il Romeno non prese dal suo vicino, che in alcuni luoghi era suo padrone in nome del re, nuove mode per cucire, per tessere, per scolpire il legno; ma ben presto i tipi tradizionali della ceramica popolare, semplici e discreti, furono vittoriosamente soppiantati da un nuovo sistema proveniente dai Paesi Bassi, forse già in epoca assai antica, ma certo, in una nuova ondata, nei secoli XVII e XVIII. Le grandi figure turchine su fondo bianco, rappresentanti fiori e foglie, o anche tulipani largamente aperti, e animali, uccelli, cervi, merli, e soldati, e campanili, non hanno nulla in comune con una arte che in ogni campo ignora l’imitazione, anche la più abile, e rifugge da quella linea curva che domina nell’arte classica e nei suoi imitatori moderni.

Nel mobilio, le «casse di Brașov» in Transilvania, che facevano parte di tutte le doti rurali e avevano dei grandi fiori sbocciati, penetrarono tanto presso i Romeni di tutti i paesi quanto presso gli Sziculi della marca ungherese nei