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cinano all’asse di questa lente; quando poi cadono paralleli ed obliqui sopra una lente concavo-concava, e la traversano, nell’uscirne s’allontanano dall’asse della medesima. Quindi conclude, che le lenti convesso-convesse adunano i raggi, e le lenti concavo-concave li disperdono1.

34. Si serve inoltre di tal conclusione per dimostrare, che la natura non poteva dare all’umor cristallino contenuto nell’occhio umano altra figura alla visione più acconcia di quella d’una lente convesso-convessa. « Il cristallino, dic’egli, essendo il ricettacolo delle immagini ben doveva esser globoso, ma non sferico; giacchè se tale fosse stato, i raggi luminosi tagliandosi nel centro avrebbono recato le immagini al nervo ottico rovesciate; doveva poi il cristallino esser compresso e formato di due superficie quasi sferiche; giacchè così i raggi luminosi cadendo nella superficie anteriore, e traversando senza più adunarsi l’umor vitreo, vanno al loro posto sul nervo ottico, e vi rappresentano le immagini nella loro posizione2

Di qui si vede essere stata opinione del Maurolico, che le immagini nel fondo dell’occhio vengano dirette; il che è falso. In fatti si dimostra facilmente, che le immagini degli oggetti esterni si rappresentano inversamente sulla retina, sebbene poi o per una abitudine in noi prodotta fino dalla più tenera età dalle istruzioni del tatto, o per altra ragione, ci avvezziamo a raddrizzarle. È anche da notare che il

  1. Maurolyci, Photismi de lumine et umbra, diaphanorum partes seu libri tres, problemata ad perspectivam et iridem pertinentia omnia nunc primum in lucem edita. Neapoli, ex typographia Tarquinii Longi MDCXI, p. 73.
  2. Op. cit. p. 74.