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che tutto scaturisca spontaneo dalla semplice natura. Ed è da questa simmetrica, ma naturale disposizione de’ poetici oggetti, che si genera nell’animo de’ lettori quel magico disordine di piaceri e di sensazioni. In somma la poesia del Monti è, come quella di Dante, la figlia di un estro immaginoso, sbrigliato e tutto fuoco; ma tiranneggiato negl’impetuosi suoi slanci dalla riflessione e dall’arte.

Era dunque naturale che questi due poeti, chiamati dalle circostanze più di una volta a contatto, dovessero essere rivali. Gianni era lo stupore degl’ignoranti, dei mediocri e degl’intendenti; ma gl’intendenti solo potevano conoscere ed apprezzare la superiorità del Monti: pure quella legge eterna che costringe tutti gli uomini a gustare i piaceri del bello e del sublime, anche senza conoscerlo, renderà una muta giustizia al Monti colle replicate edizioni de’ suoi poemi. Era il primo il poeta dell’istante, l’altro apparteneva all’immortalità. L’uno e l’altro non era senza orgoglio, e forniti ambidue di una buona dose di amor proprio, che nei poeti specialmente abbonda, e dal quale ne derivava una segreta vicendevole invidia. Monti si credeva nel caso di poter dare dei precetti a Gianni, e Gianni, gonfio di lodi e di adulazioni, si arrogava l’assoluto principato di Pindo. Ambo avevano i loro partigiani, ma più il Gianni che il Monti, perchè per quello erano anco gl’idioti: ambo avevano i loro detrattori, ma più il Monti che il Gianni, e questo era in regola, perchè dove il merito è più solido, ivi l’invidia si mostra anco più efficace. Questi furono i veri elementi delle eterne loro inimicizie, sospese solo da brevi intervalli di tregua, che sembrava trovata da loro a bello studio per pigliar nuova lena, e per cui si disonoravano l’uno e l’altro, e giustificarono presso gli stranieri l’accusa che la nostra bella patria sia il nido di continue e puerili animosità letterarie.