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l’Italia e ne cacciarono i francesi coi loro frenetici repubblicani, il Gianni con molti altri così detti giacobini, fu condotto prigione a Cattaro nella Dalmazia. Liberatone l’anno appresso dopo la battaglia di Marengo, egli si recò a Parigi, dove ottenne da Napoleone un’annua pensione di 6000 franchi, continuatagli dal governo francese sino alla sua morte ivi accaduta nel 1823. Negli ultimi anni della sua vita si era tutto dedicato alla religione, solito effetto in presso che tutti coloro che hanno avuta una gioventù tempestosa, e che hanno rifiutato alcuni principj e seguitone altri, senza aver avuto altro criterio nella scelta che le passioni.

Il Monti nella sua lettera al Bettinelli, e il Gianni in un suo opuscolo contro il Monti, esposero a lungo i motivi delle loro gare, in cui ciascuno vuole all’altro imputare il torto, ma tacquero ambidue il motivo principale e vero, cioè la rivalità di professione. Ambidue erano grandi poeti e ambedue avidi di primeggiare. Ma il Gianni era il lavoro grezzo della natura, era un esperimento di questa divina artefice di quanto può l’uomo col semplice soccorso di lei nell’arte maravigliosa del verso. Digiuno di ogni sapere filosofico, senza alcuna lettura, salvochè di poeti, si presentava il Gianni spontaneo, non abbonito, a slanci, coll’idee in balia dell’immaginazione, le somme bellezze infarraginate coi sommi difetti, e in breve dominato dalla foga medesima delle naturali sue ispirazioni. Il Monti ne ha dato un giudizio che stimiamo imparzialissimo. “Interrogato un giorno, ei dice nella succitata lettera, sopra di lui alla presenza di ventinove membri dell’Istituto Italiano, e di molte eccelse persone, candidamente e con intima persuasione risposi: la natura dal canto suo ha fatto di tutto per farne un grande poeta. Se qui feci punto, il mio silenzio fu prova della mia moderazione, e anco in questo momento io rendo al Gianni quello che è suo perchè non ho tarli nel cuore che mi


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