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un po’ al modo nazareno, co’ i capelli in su, in atto di leggere la Bibbia; Alfonso, gli diceva io, tu mi pari un apostolo, ma de’ più giovani e belli. Come, mi rispondeva egli, ti viene in mente? e le labbra apriva a un sorriso.

L’altra cosa ch’io devo dire d’Alfonso si è l’amore ch’egli aveva all’arte, amore che in qualche modo unì o vide unito a quello de’ bambini. Vedeva egli ne’ loro volti e negli atti e nelle parole veramente quella bellezza che gustato avea leggendo il paradiso di Dante o guardando nelle tavole de’ Giotteschi. Per il desiderio dell’arte voleva che gli asili e le scuole di San Domenico fossero il più che si poteva adorni di bei disegni: e parecchi ce ne avea bellissimi, come alcuni del secolo XVI e la Certosa di Pavia incisi in rame, regalati dal Ministro Correnti, che, avendoli visitati, ne fu oltremodo soddisfatto. Per questo desiderio dell’arte volle in ogni scoletta un figura di Cristo, che la bellezza di lui agli occhi de’ fanciulli in alcun modo significasse. Ancora la sua casa se l’avea di bei disegni di duomi adornata, e di statuette, e di figure incise e dipinte; e tra le cose di cui più compiacevasi erano gli angeli di Fra Angelico, che, disposti a ghirlanda attorno ad un Crocefisso di Guido Reni, la parete abbellivano dove s’appoggiava il suo letto. E come le spirituali figure dell’arte egli amava, così fra gli amici quelli amò più che la interna bellezza per mezzo del corpo che gli rivelavano agli occhi. Per questo amò tanto quel suo Roberto, morto anche