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zola a scomporre l’accurata pettinatura della barbetta maritale.

Onde l’idea di fondare in Valdigorgo il «Club della caccia» con inaugurazione al 20 settembre. Sissignori: dalla guerra famigliare nacque nel cavaliere il desiderio di portare la pacificazione sociale a Valdigorgo.

Dividevano il paese: socialismo germinante fra gli operai della fabbrica Moser; moderatume governante in municipio con irremovibile fede nel consiglio: «Adagio, Biagio!»; codineria collegante il grasso priore al non men grasso e più cocciuto Learchi, ai quali tenevan bordone clienti o satelliti in buon numero.

Anche lassù covava dunque l’odio di classe. Covava? Generava nelle osterie, nel caffè di mezzo e nel caffè grande, lunghe e feroci discussioni che alla lor volta partorivano odii personali, indegni del vivere civile, dell’amor di patria e dell’alta politica quale insegnarono Cavour, Bismarck, Gladstone, e quale insegnava il cavalier Fulgosi.

La pace è il maggior bene dei popoli, dei paesi, di un paese! II cavalier Fulgosi nel caffè grande esortava al bene di Valdigorgo: «Primo passo, unitevi, o cittadini, nel nome dello sport!» Solo sport a Valdigorgo era la caccia. Ebbene: in un club ove si raccogliessero per amor della caccia avversari d’ogni sorta, quanti dissidi potrebbero esser composti, quante questioni risolute, quante diatribe mitigate, quanti danni riparati, quanti vantaggi provveduti! Perciò l’idea del cavaliere comprendeva la sublime elevazione di un volo lirico: dall’amor della caccia all’amor della pace, all’amor del paese,