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PREFAZIONE XLVII

maco. Ulisse è il primo a riderne, anche in mezzo a tanto orrore. Cosí, durante i giochi per la morte di Patroclo, Aiace sdrucciola, e va col viso tra il fimo di bue. E anche qui, «un soave riso volò su le bocche di tutti».

Sarà un certo nervosismo, per cui, quando il poeta si trova a dipingere una serie di scene parallele, a un certo punto sembra come perder la pazienza, e traccia le ultime con pochi tocchi affrettati. Cosí nella descrizione delle armi d’Achille, cosí nei giuochi pei funerali di Patroclo.

Ché se veniamo alla parte costruttiva, anche qui l’unità di concezione salta agli occhi.

Basterebbe la configurazione generale della battaglia. Se andiamo oltre l’apparente monotonia, vediamo da un lato una coerenza e una logicità di movimenti che non può essere effetto del caso; dall’altro, una varietà inconciliabile con qualsiasi idea di centone e di rabberciamento. Per esempio, fra tutti gl’innumerabili colpi che si vibrano nell’Iliade, non ce ne sono due uguali. A conseguire questa perenne e perfetta discriminazione occorreva l’attenzione e l’amore — soprattutto l’amore — che solamente un artista può avere per ogni parte e particella della sua opera. Il medesimo amore ha ispirato la meticolosa precisione con cui è descritto ogni colpo. Precisione fondata sopra una profonda cognizione anatomica: tanto che ai nostri giorni se ne indusse che Omero fosse medico. Non è, credo, conclusione necessaria; ma se l’Iliade fosse un centone, è presumibile che tutti quei poveri aèdi vagabondi avessero tante e cosí precise nozioni d’anatomia?

E c’è un segno, che, per chiunque abbia vera intelligenza o intuito d’arte, basterebbe da solo. Anche prima che Achille intervenga nella battaglia, mille e mille eroismi sono stati de-