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grilli di testa, e che Agada la sorvegliasse, era tranquillo.

Ma una sera di maggio, ritornando pensieroso di campagna, raggiunse nello stradale comare Franzisca, che tornava anch’essa dalla valle, con in capo un fazzoletto sporco pieno di erbaggi rubati e con un fascio di fuscelli da ardere.

Lo stradale era deserto, s’udivan solo carri roteare in lontananza, e la sera calava luminosa e quieta.

Il cavallo di Salvatore, che aveva capito di tornare verso la mangiatoia, andava lesto, a testa alta, e appena comare Franzisca lo vide, ebbe un sorriso maligno. Era tanto tempo che desiderava parlar occasionalmente al compare!

— Buona sera — diss’ella con voce insinuante. — Tornate dal chiuso, compare?

— Così sembra! — diss’egli senza scomporsi, e proseguì; ma l’altra gridò:

— Aspettate, aspettate, chè mi sono ricordata una cosa. Dovevo venir a casa vostra, ma voi mi risparmiate i passi.

— Cosa diavolo vuole? — pensò egli tirando la briglia al cavallo.

— Ditemi, compare, devo cercar una domestica: è vero che mandate via Cicchedda? La vogliono in una buona casa...

— Ma perchè dobbiamo mandarla via? Ma come dobbiamo mandarla via? — interruppe Salvatore con violenza.