Pagina:Il piacere.djvu/279


― 267 ―

gine del bosco nelle acque degli stagni pareva in fatti l’imagine sognata della scena reale. Come nella poesia di Percy Shelley ciascuno stagno pareva essere un breve cielo che s’ingolfasse in un mondo sotterraneo; un firmamento di luce rosea, disteso su la terra oscura, più infinito dell’infinita notte e più puro del giorno; dove gli alberi si sviluppavano allo stesso modo che nell’aria superiore ma di forme e di tinte più perfetti che qualunque altro di quelli in quel luogo ondeggianti. E vedute soavi, quali non mai si videro nel nostro mondo di sopra, v’eran dipinte dall’amor dell’acque per la bella foresta; e tutta la lor profondità era penetrata d’un chiarore elisio, d’un’atmosfera senza mutamento, d’un vespro più dolce che quel di sopra.

Da che lontananza del tempo era venuta a noi quell’ora?

Andavamo al passo, nel silenzio. I rari gridi delle gazze, l’andatura e il respiro dei cavalli non turbavano la tranquillità che pareva di minuto in minuto farsi più grande e più magica.

Perchè volle egli rompere la magía da noi stessi generata?

Egli parlò; egli mi versò sul cuore un’onda di parole ardenti, folli, quasi insensate, che in quel silenzio degli alberi mi sbigottivano poichè prendevano qualche cosa di non umano, qualche cosa d’indefinibilmente strano e affascinante. Non fu umile e sommesso come nel parco; non mi disse le sue speranze timide e scorate, le sue aspirazioni quasi mistiche, le sue tristezze incurabili; non pregò, non implorò. Egli aveva