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il tuo scalino, e un altro più in su. Ficca l’alpenstoc. Anche se affondandosi tutto, t’avverte che la neve è alta come te, non camminare a serpentina; pianta dritte le pedate.

Niente mi giunge dentro di consentaneo, attorno a cui s’affollino l’idee e lo poppino e lo assimilino restituendolo mio, frutto dell’anima più profonda. Tutto è sensazione di ostacolo che bisogna vincere: io e il monte siamo; altro no. E non devo esser che io, in vetta.

Ti volti a contemplare? Sei già stanco che ti metti a fare il poeta, caro amico mio? Se i polpacci ti scoppiano e la schiena ti si ripiega insieme e per ogni centimetro di conquista stronchi col viso, col petto un ramo; e un altro ramo, e rami chissà fino a dove ti aspettano, duri, ghiacci, ipocritamente velati di neviscolo come una fiorita di mandorli, e i ghiaccioli ti si frantumano nel collo, negli occhi abbacinati dall’eterno luccicor dei bianco; e il berretto che ti sguizza giù ti costringe a ricalare, e l’alpenstoc ti s’incunea tra ramo e tronco, cosicchè tutte le cose indispensabili tentano d’impedirti ciò che devi ― agguanta coi denti la lingua che vorrebbe imprecare, e cammina. E se la neve intenerita dal sole cala sotto il tuo piede, in modo che tu potresti adagiarti dolcemente su essa, e riposare, non cedere alla soffice bontà, non poggiar lieve gli scarponi: batti, affondati, tirati fuori e avanti lassù. E lassù ― non sai dove, perchè forse tu non cammini verso la cima reale, delle carte geografiche ― e il tuo lassù è grave di nebbia, forse; onde tu raggiuntolo a cuore spasimante non vedrai gli Appennini imbrunirsi come giovane carne sotto il sole, nè la neve immensa, che tu hai vinto,