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II.


ORAZIONE


DI L. FILIPPO CONTRO LEPIDO


VOLGARIZZATA


DA BRUTO FABRICATORE

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ARGOMENTO.


Essendo morto Silla l'anno 681 di Roma, erano consoli M. Emilio Lepido, e P. Catulo. Il Senato, conoscendo l'indole rea e gl’iniqui disegni di Lepido di succedere a Silla nel comando, pensò di allontanarlo da Roma, dandogli il governo della Gallia cisalpina. Costui, giunto in Etruria col suo esercito, subitamente s'ingegnò di sollevare quei popoli, e, adescando con speranze e promesse i proscritti, trasse anche dalla sua parte Bruto e Perperna, i quali, essendo pretori, avean con esso loro non piccol numero di milizie. Finito il tempo del suo consolato, e chiamato in Roma ai comizii, ei vi andò con tutto l’esercito; sì che il Senato, temendo delle sue intenzioni, mandò contra di lui P. Catulo e Gneo Pompeo con molta gente, i quali, avendo con lui combattuto presso il campo Marzio, lo costrinsero a ritrarsi in Toscana. Nel medesimo tempo Pompeo andò contro Bruto ch'era in quel di Modena, e quasi un intero anno tenne stretta di assedio, senza prenderla, quella citta. Nel qual tempo Lepido, avendo messo in punto un nuovo esercito di vil gente e raccogliticcia, venne nuovamente fin presso alle mura di Roma, chiedendo imperiosamente il secondo consolato. Laonde, essendo i Romani tutti confusi e sbigottiti, si ragunò il Senato; e L. Marcio Filippo, uom consolare, per età e per senno venerando, tenne questo discorso, per incorare i Padri a preparar pronta e forte difesa alla repubblica.


Grandemente io desidererei, o Padri coscritti, che la repubblica fosse quieta ed in pace, o che ne’ pericoli chiunque avesse l’animo presto ed apparecchiato a difenderla, difendere la dovesse, o che in fine le ree e malvage imprese ritornassero sopra il capo de’ loro autori. Ma, per contrario, tutto per le sedizioni è turbato e sconvolto, e da quelli massimamente che più doveano impedirle. Da


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