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intenerito: ben guardato nell’ampia e solida fortezza del busto, aveva per due anni resistito all’assedio di lui, assedio di gentilezze, di cortesie, di devozione; aveva infine respinto d’un colpo un assalto supremo e decisivo, e Capolino s’era dovuto ritirare in buon ordine. Altri sei mesi di profondo scoramento, d’invincibile malinconia; e, finalmente, munito d’una seconda moglie, giovane, bella e vivacissima, era ritornato con più fortuna all’assalto della casa di Flaminio Salvo.

Le male lingue dicevano, che in grazia di Nicoletta Spoto, cioè della moglie giovane, bella e vivacissima, la quale era diventata subito quasi la dama di compagnia di donna Adelaide e dell’unica figliuola di don Flaminio, Dianella Salvo, Capolino era bucato nel banco in qualità di segretario e d’avvocato consulente. Ma se vogliamo pigliare tutte le mosche che volano.... Da un anno egli viveva nel lusso e nell’abbondanza; tanto lui quanto la moglie si servivano come padroni della vettura del Salvo; elegantissimo cavaliere, ogni domenica, su e giù per il viale della Passeggiata egli si pompeggiava su un bellissimo sauro della scuderia Salvo; e infine col favore incondizionato di questo, era riuscito a imporsi, a farsi riconoscere capo del partito clericale militante, il quale, dopo il ritiro dell’onorevole Fazello, gli avrebbe offerta fra pochi giorni la candidatura alle imminenti elezioni politiche generali.

All’anima candida di Ninì De Vincentis non s’affacciava neppur lontanamente il sospetto che tutta quell’acredine di Capolino per donna Adelaide potesse avere una ragione recondita e inconfessabile. Com’egli non credeva che qualcuno mai si fosse potuto accorgere del suo timido, puro e ardentissimo amore per Dianella Salvo, la figlia ora inferma di