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— M’hanno parlato a quattr’occhi.... Persona fidata.... Dice che....

E s’interruppe di nuovo.

— Parla, figlio mio, — lo esortò il Pigna. — Siamo qua soli.... Che t’hanno detto?

Gli occhi acuti e sospettosi sotto il cappuccio espressero lo sforzo penoso che colui faceva su so stesso per vincere il ritegno di parlare. Alla fine, stringendosi più al muro e stendendo appena fuor del cappotto una mano sul braccio del Pigna, domandò a bassissima voce:

— È qua che si spartiscono le terre?

Nocio Pigna, mezzo imbalordito per tutto quel mistero, restò a guardarlo un pezzo di traverso, a bocca aperta.

— Le terre? — disse. — Le terre, no, figlio mio.

Quegli allora alzò il mento e chiuse gli occhi, per un cenno d’intesa. Sospirò:

— Ho capito. Mi pareva assai! Mi hanno burlato.

E si mosse per andar via. Nocio Pigna lo trattenne.

— Perchè burlato? No, figlio mio.... Senti....

— Mi scusi Voscenza, — disse quegli, fermandosi per farsi dar passo. — È inutile. Ho capito. Mi lasci andare....

— E aspetta, caro mio, se non mi dai tempo di spiegarmi.... — s’affrettò a soggiungere il Pigna. — Le terre, sissignore, verranno pure quelle.... Basta volere! Se noi vogliamo.... Sta tutto qui!

Quegli seguitò a scuotere il capo con amara e cupa incredulità; poi disse:

— Ma che dobbiamo volere, noi poveretti? che possiamo volere?

Pigna si scrollò, urtato:

— E allora, scusa, tie’, ti do le terre, è vero? Prima di tutto dev’esserci la volontà, in te e in