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CAPITOLO XXXIII. 629

un senso per avventura più forte, il terrore di diventar preda de’ monatti, d’esser portato, buttato al lazzeretto. E cercando la maniera d’evitare quest’orribile sorte, sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi, sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe più testa, se non quanto bastasse per darsi alla disperazione. Afferrò il campanello, e lo scosse con violenza. Comparve subito il Griso, il quale stava all’erta. Si fermò a una certa distanza dal letto; guardò attentamente il padrone, e s’accertò di quello che, la sera, aveva congetturato.

“Griso!” disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: “tu sei sempre stato il mio fido.”

“Sì, signore.”

“T’ho sempre fatto del bene.”

“Per sua bontà.”

“Di te mi posso fidare...!”

“Diavolo!”

“Sto male, Griso.”

“Me n’ero accorto.”

“Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n’ho fatto per il passato.”

Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove andassero a parare questi preamboli.

“Non voglio fidarmi d’altri che di te,” riprese don Rodrigo: “fammi un piacere, Griso.”

“Comandi,” disse questo, rispondendo con la formola solita a quell’insolita.

“Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo?”

“Lo so benissimo.”

“È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Va’ a chiamarlo: digli che gli darò quattro, sei scudi per visita, di più, se di più ne chiede; ma che venga qui subito; e fa’ la cosa bene, che nessun se n’avveda.”

“Ben pensato,” disse il Griso: “vo e torno subito.”

“Senti, Griso: dammi prima un po’ d’acqua. Mi sento un’arsione, che non ne posso più.”

“No, signore,” rispose il Griso: “niente senza il parere del medico. Son mali bisbetici: non c’è tempo da perdere. Stia quieto: in tre salti son qui col Chiodo.”