Pagina:I promessi sposi (1825) III.djvu/393


387

tintendere a quelle parole. Del resto, era facile accorgersi ch’ella aveva due maniere di porgerle; una per Renzo, e un’altra per tutta la gente ch’ella potesse conoscere.

“Sto bene quando vi vedo,” rispose il giovane, con una frase a stampa, ma che avrebbe inventata egli in quel momento.

“Il nostro povero padre Cristoforo...!” disse Lucia “pregate per l’anima sua: sebbene si può esser quasi sicuri che a quest’ora egli prega per noi lassù.”

“Me l’aspettavo, pur troppo,” disse Renzo. Nè fu questa la sola corda di mesto suono che si toccasse in quel colloquio. Ma che? per qualunque soggetto si passasse, il colloquio gli riusciva sempre delizioso. Come quei cavalli bisbetici, che s’impuntano e si piantano lì, e levano una zampa e poi un’altra, e le ripiantano al medesimo posto, e fanno mille cerimonie prima di dare un passo, e poi tutto a un tratto pigliano la carriera, e vanno quasi portati dal vento, così era divenuto il tempo per lui: prima i minuti gli parevano ore; adesso le ore gli parevano minuti.

La vedova, non solo non guastava la compagnia, ma vi faceva dentro benissimo: nè Renzo, quando la vide in quel lettuccio, avrebbe