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la congiontione sodetta sopra questo anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteva intendere. Mortales parar morbos, miranda videntur1. Questa predizione, fabbricata non so poi quando nè da chi, correva, come accenna il Ripamonti2, per tutte le bocche che appena fossero abili a proferirla. Un’altra cometa sopravvenuta nel giugno dell’anno stesso della pestilenza, si tenne per un nuovo avviso, anzi per una prova manifesta delle unzioni. Pescavano nei libri, e pur troppo ne rinvenivano in copia, esempii di peste, come dicevano, manufatta: citavano Livio, Tacito, Dione, che dico? Omero e Ovidio, i molti altri antichi che hanno narrati o toccati fatti simiglianti: di moderni ne avevano ancor più dovizia. Citavano cento altri autori, che hanno trattato dottrinalmente, o parlato per incidenza, di veleni, di malìe, d’unti, di polveri; il Cesalpino citavano, il Cardano, il Grevino, il Salio, il Pareo, lo Schenchio, lo Zachia e, per finirla, quel funesto Delrio, il quale, se la rinomanza degli autori fosse in ragione del bene e del male prodotto dalle loro opere, dovrebbe

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