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vescovale, sollecitato da parenti, da alti magistrati, da principi circonvicini, perché si ritraesse dal pericolo in qualche villa solitaria, rigettò il consiglio e le istanze, con quell’animo, con cui scriveva ai parochi: “siate disposti ad abbandonar questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliuolanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come ad una vita, come ad un premio, quando vi sia da guadagnare un’anima a Cristo1.” Non trasandò alcuna delle cautele che non lo impedissero dal dovere: sul che diede anche istruzioni e regole al clero: e insieme, non curò, nè parve avvertire il pericolo dove, a far del bene, bisognasse passar per esso. Senza parlare degli ecclesiastici, coi quali era sempre, per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare qual di loro andasse freddo nell’opera, per mandarli ai posti dove altri era perito, volle che l’adito fosse aperto a chiunque avesse bisogno di lui. Visitava i lazzaretti, per dare consolazione agli infermi e incoraggiamento agli assistenti; scorreva la città, portando soccorsi ai poverelli sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto le finestre, ad ascoltare i loro

  1. Ripamonti, pag. 164.