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quando da ululi scoppiati all’improvviso, da alte e lunghe voci di gemito, da accenti profondi d’invocazione, che terminavano in istrida acute.

È cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in una tanta varietà di querele, non desse mai in fuori un tentativo, non iscappasse mai un grido di sommossa: almeno non se ne trova il menomo cenno. Eppure, fra coloro che vivevano e morivano a quel modo, v’era un buon numero d’uomini educati a tutt’altro che a tollerare; v’era pure, a centinaia, di que’ medesimi che, il dì di san Martino, s’erano tanto fatti sentire. Nè è da credere che l’esempio di quei quattro disgraziati, che ne avevan portata la pena per tutti, fosse quello che ora li tenesse tutti a segno: qual forza poteva avere, non la presenza, ma la memoria dei supplizii, sugli animi di una moltitudine vagabonda e riunita, che si vedeva come condannata ad un lento supplizio, che già lo pativa? Ma così fatti siamo in generale noi uomini, che ci rivoltiamo indegnati e furiosi contra i mali mezzani, e ci prostriamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.