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disse quel che ci voleva: — Orbè, se la gnà Maruzza ci mette la mano, ogni cosa si sarebbe aggiustata. — La povera donna non sapeva indovinare dove dovesse mettere la sua mano. — Dovete metterla nella vendita, — le disse don Silvestro, — e rinunziare all’ipoteca della dote, quantunque i lupini non li abbiate presi voi. — I lupini li abbiamo presi tutti! — mormorava la Longa, — e il Signore ci ha castigati tutti insieme col prendersi mio marito.

Quei poveri ignoranti, immobili sulle loro scranne, si guardavano fra di loro, e don Silvestro intanto rideva sotto il naso. Poi mandò a chiamare lo zio Crocifisso, il quale venne ruminando una castagna secca, giacchè aveva finito allora di desinare, e aveva gli occhietti più lustri del solito. Dapprincipio non voleva sentirne nulla, e diceva che lui non ci entrava più, e non era affar suo. — Io sono come il muro basso, che ognuno ci si appoggia e fa il comodo suo, perchè non so parlare come un avvocato, e non so dire le mie ragioni; la mia roba par roba rubata, ma quel che fanno a me lo fanno a Gesù Crocifisso che sta in croce; — e seguitava a borbottare e brontolare colle spalle al muro, e le mani ficcate nelle tasche; nè si capiva nemmeno quel che dicesse per quella castagna che ci aveva in bocca. Don Silvestro sudò una camicia per fargli entrare in testa che infine i Malavoglia non potevano dirsi truffatori, se volevano pagare il debito, e la vedova rinunziava all’ipoteca. — I Malavoglia si contentano di restare in camicia per non litigare; ma se li mettete colle spalle al muro, cominciano a mandar carta