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Allora don Franco diceva, fregandosi le mani, che pareva un piccolo Parlamento, e andava a piantarsi dietro il banco, pettinandosi colle dita la barbona, con certo sorriso furbo che pareva si volesse mangiare qualcuno a colezione, e alle volte si lasciava scappare sottovoce delle mezze parole dinanzi alla gente, rizzandosi sulle gambette, e si vedeva che la sapeva più lunga degli altri, tanto che don Giammaria non poteva patirlo e ci si mangiava il fegato, e gli sputava in faccia parole latine. Don Silvestro, lui, si divertiva a vedere come si guastavano il sangue per raddrizzare le gambe ai cani, senza guadagnarci un centesimo; egli almeno non era arrabbiato come loro, e per questo, dicevano in paese, possedeva le più belle chiuse di Trezza, — dove era venuto senza scarpe ai piedi — aggiungeva Piedipapera. Ei li aizzava l’un contro l’altro, e rideva a crepapancia con degli Ah! ah! ah! che sembrava una gallina.

— Ecco don Silvestro che fa l’uovo, — osservò il figlio della Locca.

— Don Silvestro fa le uova d’oro, laggiù al Municipio, — rispose Piedipapera.

— Uhm! — sputò fuori padron Fortunato — pezzenterie! comare Zuppidda non gli ha voluto dare la figliuola.

— Vuol dire che mastro Cola Zuppiddu preferisce le uova delle sue galline; — rispose padron ’Ntoni.

E padron Cipolla disse di sì col capo.

— «’Ntroi ’ntroi, ciascuno coi pari suoi», — aggiunse padron Malavoglia.


Verga. I Malavoglia. 2