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penne, davanti alla tavola d’abete, per ingannare il tempo, mentre la Zuppidda e le altre comari vociferavano nella strada, filando al sole, e volevano strappare gli occhi a tutti loro.

Baco da seta, come corsero a chiamarlo dal muro della vigna di massaro Filippo, s’infilò il giubbone nuovo, si lavò le mani, si spolverò dalla calce, ma non volle muoversi se prima non gli chiamavano don Silvestro. Betta aveva un bel sgridarlo, e spingerlo per le spalle fuori dell’uscio, dicendogli che chi l’aveva preparata la minestra l’avrebbe mangiata, e lui doveva lasciar fare agli altri purchè lo lasciassero star sindaco. Stavolta mastro Callà aveva visto quella folla davanti al municipio, colle conocchie in mano, e puntava i piedi in terra, restìo peggio di un mulo. — Non ci vado se non viene don Silvestro! — ripeteva cogli occhi fuori della testa; — don Silvestro lo sa trovare, un ripiego.

— Il ripiego ve lo trovo io, — rispondeva Betta. — Non lo vogliono il dazio sulla pece? E voi lasciatelo stare.

— Brava! e i denari di dove si prendono?

— Di dove si prendono? Fateli pagare a chi ne ha, allo zio Crocifisso, a mo’ d’esempio, o a padron Cipolla, o a Peppi Naso.

— Brava! se sono loro i consiglieri!

— Allora mandateli via e chiamatene degli altri; già non saranno loro che vi faranno restare sindaco quando tutti gli altri non vi vorranno più. Voi dovete far contenti quelli che sono in maggior numero.

— Ecco come discorrono le donne! Quasi fossero