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bettare nel pantano; ecco quel che vuol dire farsi menare pel naso da quell’imbroglione di don Silvestro.

— Io non mi lascio menar per il naso da nessuno! — saltava su Baco da seta. — Il sindaco lo faccio io, e non don Silvestro.

Don Silvestro diceva invece che il sindaco lo faceva sua figlia Betta, e mastro Croce Callà portava i calzoni per isbaglio. Così, fra tutt’e due, il povero Baco da seta stava fra l’incudine e il martello. Adesso poi che era venuta la burrasca, e tutti lo lasciavano a strigliare quella mala bestia della folla, non sapeva più da che parte voltarsi.

— A voi cosa ve ne importa? — gli gridava Betta. — Fate anche voi come fanno gli altri; e se non vogliono il dazio della pece, don Silvestro ci penserà lui a trovare qualche altra cosa.

Don Silvestro, invece, era più fermo; continuava ad andare attorno, con quella faccia tosta; e Rocco Spatu e Cinghialenta, come lo vedevano, rientravano in fretta nell’osteria per non fare uno sproposito, e Vanni Pizzuto bestemmiava forte, toccando il rasoio dentro la tasca dei calzoni.

Don Silvestro, senza badarci, andava a far quattro chiacchiere collo zio Santoro, e gli metteva due centesimi nella mano.

— Sia lodato Dio! esclamava il cieco, — questo è don Silvestro il segretario, chè nessun’altri di tutti quelli che vengono qui a gridare e a pestare i pugni sulle panche fa un centesimo di limosina per le anime del Purgatorio, e vengono a dire che vogliono ammazzarli tutti, il sindaco e il segretario; l’hanno detto