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sorprende una specie di noia in questa bella e vasta città, tutta piana, ma spopolatissima. Tutte queste strade furono animate un tempo dallo splendore di una corte brillante; quì vissero l’Ariosto malcontento, il Tasso infelice, e riteniamo rappresentarci ora quei tempi, nel visitare questi luoghi. La tomba dell’Ariosto è ricca di marmi, ma di cattivo gusto. Vi fanno vedere, quale prigione del Tasso, una specie di stalla, o di magazzeno da carbone, dove certamente egli non fù mai rinchiuso. Da principio nessuno in quella casa sapeva dar conto di nulla, ma finalmente si svegliarono, per amore della mancia; mi sovvenne la macchia d’inchiostro formata dal calamaio scagliato da Lutero, che il castellano rinfresca di quando in quando. Buona parte dai viaggiatori hanno un non sò che di scimunito, e ricercano volentieri quelle memorie di dubbia autenticità. Ero diventato simile abbastanza a questi, perchè presi poca parte alla visita di una bella università, fondata e largamente dotata da un cardinale, originario di Ferrara, ed unicamente mi compiacqui qui di alcuni monumenti antichi, che sì scorgono nella corte.

Se non che, valse, e tosto, a rallegrarmi la vista di un bel quadro, il quale rappresenta S. Giovanni Battista, alla presenza di Erode, e di Erodiade. Il profeta nel suo costume ordinario, più che semplice, sta conversando vivacemente colla signora. Questa volge tranquillamente lo sguardo al principe che gli sta seduto al fianco, il quale stà contemplando attentamente il profeta. Si vede davanti al re un cane bianco, di mezzana statura, e sbocca fuori di sotto alle vesti di Erodiade un altro cagnolino di razza bolognese, ed entrambi abbaiano verso il profeta. Non vi pare che l’idea sia felice del tutto?


Cento, il 17 a sera.

Vi scrivo quest’oggi, di migliore umore che ieri, dalla patria del Guercino. Convien pur dire, che tengo sott’occhio ben altra vista. Questa la è cittadina piacevole, ben