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dell'impero romano cap. v. 167

quei Barbari, venuti una volta in campo a difendere la libertà nazionale, spaventarono il vecchio Augusto, ed esercitarono la vigilante prudenza di Tiberio, che li combattè alla testa di tutte le forze riunite dell’Imperatore1. I Pannonj finalmente cederono alle armi ed alla disciplina dei Romani. Ma però la fresca memoria della perduta libertà, la vicinanza ed anche il mescuglio delle tribù indipendenti, e forse il clima stesso, che (come è stato osservato) produce gli uomini di statura gigantesca, ma di poco intelletto2, tutto in somma contribuì a conservar qualche avanzo della loro ferocia nativa, e sotto la mansueta sembianza di provinciali romani si scorgevano sempre i fieri lineamenti della nazione. La guerriera lor gioventù forniva sempre di reclute le legioni accampate sulle rive del Danubio, le quali per le continue loro guerre contro i Germani ed i Sarmati, eran giustamente stimate le migliori truppe dell’Impero.

L’esercito della Pannonia era allora comandato da Settimio Severo, nativo dell’Affrica, il quale nell’ascendere di grado in grado per gli onori privati, avea saputo nascondere la sua ardita ambizione, che nè le attrattive del piacere, nè il timor del pericolo, nè le altre umane passioni avean fatta deviare dal costante suo corso3. Alla prima nuova dell’assassinamento di Per-

  1. Vedasi la relazione di questa memorabil guerra in Velleio Paterc. II 110 ec. il quale servì nell’armata di Tiberio.
  2. Tale è la riflessione di Erodiano l. II p. 74.
  3. Commodo, nella già menzionata lettera di Albino, accusa Severo, come uno di quegli ambiziosi Generali, che criticavano la sua condotta, e desideravano di usurpare il suo posto. Stor. Aug. p. 80.